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SPETTACOLI
AntiCommedia di E. Ionesco
regia di
Paolo Ciotti
con
Michela Cioni
Paolo Ciotti
Alessandra Comanducci
Alessio Ferruzzi
Francesca Messinese
La vita come prendersi un tè.
Nell’incerto equilibrio tra forma e contenuto l’interrogativo esistenziale procede verso
la sua utopica risposta con il ragionamento per assurdo. Come in matematica, come in geometria.
"La commedia umana non mi assorbe abbastanza. Non appartengo interamente a questo mondo"
(Diario in frantumi. E. Ionesco).
A cento anni dalla nascita dell’autore un omaggio a lui e al teatro dell’assurdo novecentesco attraverso un lavoro che pur radicandosi nel suo periodo di origine occhieggia, abbraccia e fa sgambetto a tematiche che accompagnano l’uomo e la sua esistenza da e per sempre. Hic et nunc trasversale che permette di uscire ed entrare da una dimensione all’altra e che malamente soggiace alle canoniche misure spazio-temporali se non con un’accezione squisitamente “cartesiana”.
Le coordinate spaziotemporali vengono sconvolte e i personaggi si trovano imprigionati in un gioco di Macro-Micro, di scatole cinesi e non sanno capire se sono loro ad agire su un esterno o c'è qualcuno che li sta agendo da fuori, se sono solo piccole cellule impazzite, molecole d’acqua in ebollizione, oppure organismi organizzati e pensanti.
Nevrosi, erotismo, logorrea, comicità, sospetto, nonsense…infusi nel ribollire di gestualità rituali, ataviche abitudini, biomeccaniche passioni.
Ma in fondo, come dice la cameriera nello spettacolo: "Chi ha interesse a far durare tutta questa confusione? Io non ne so nulla. Non sforziamoci di saperlo."
L'Inghilterra in cui si svolge la cantatrice calva è un mondo altro, una dimensione parallela in cui le cose sono e allo stesso tempo non sono come nella realtà, è un Ade in cui ciclicamente gli eventi si ripetono, un inferno che potrebbe essere in ogni posto: dentro di noi, in un angolo, in una figura geometrica o in fondo a una tazza di tè.
La messa in scena della cantatrice calva, secondo questo principio, diventa catabasi, una discesa agli inferi, che può avvenire solo tramite la dissoluzione della rappresentazione teatrale classicamente intesa per mezzo della comicità e della rinuncia alla logica.
I personaggi non sono, quindi, solo tipi senza psicologia, che parlano per formule convenzionali e luoghi comuni, ma uomini svuotati immersi nel nonsense della realtà: sono soli nella follia e s'illudono di poter dire il loro dramma, ma il loro vuoto interiore è più grande e ogni tentativo di opporsi all'alienante realtà si conclude con un fallimento.
In scena vige il principio ioneschiano di disarticolazione del linguaggio, resa attraverso la proliferazione di suoni e ritmiche vocali ad un'introspezione psicologica molto forte e imprevista. Come se improvvisamente, attraverso una squarcio aperto nella coscienza, i personaggi capissero (o meglio sentissero) tutto il peso della loro condizione umana, ma, imprigionati, non potessero far altro che tornare a rifugiarsi nel loro vuoto.
Procedendo con il ragionamento per assurdo tutto acquista comicità (intesa come unica via per attuare un'analisi profonda e uscire dal conformismo comunicativo che ci anestetizza).
Anche nell’allestimento e nei costumi si è totalmente protesi verso la rottura delle convenzioni e un geometrico accostamento in linea con la filosofia del lavoro.
L’attenzione è sulla superficie, sulla forma che schiaccia il contenuto e ne prende totale possesso.
Come se gli abiti avessero un linguaggio proprio, una propria comunicazione, che si allinea alla comunicazione verbale dei personaggi, al fine di rafforzare il messaggio implicito del personaggio.
La scelta scenografica si avvale del prezioso contributo del disegno, così come la geometria e la matematica se ne avvalgono per le loro dimostrazioni.
La Cantatrice Calva sembra nata per essere disegnata. Risulta chiaro fin dalle prime parole: è un continuo gioco a incastro di linee, intersezioni, forme, personaggi (presenti sul palco ed evocati), pezzi e parti. Ma il gioco non è mai fine a se stesso o affettatamente minimalista.
Al contrario, la presenza continua dell'assurdo e del nonsense, di esagerazione ed iperbole, danno la possibilità di poter usare graficamente, senza paura, forme astratte e personaggi da vignetta, oggetti e frammenti di testo. Ogni tavola scenografica presenta parole che accompagnano le forme, vere e proprie didascalie della narrazione. Questo è un rimando all'origine del testo, scritto durante l'apprendimento da parte di Ionesco della lingua inglese.
L'uso dell'animazione di tale tavole dà infine alle scenografie un'ulteriore dimensione spazio-temporale.
Il lavoro scenografico è affidato a Joshua Held, Cartoonist, illustratore, vignettista, autore di corti animati che ha pubblicato animazioni per la RAI e come vignettista su Linus, Cuore, Comix, EMME, ed è stato resident cartoonist per il quotidiano Il Riformista.
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