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Chiara Fresca Dolce Acqua

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Tragicommedia

testo e regia di
Paolo Ciotti


I personaggi

La famiglia
Ulisse, il padre autoritario
Rosa, la madre ferita
Anita, la figlia ribelle
Ida, l'altra figlia fuggita
Bianca, la zia "moderna"
Gemma, la nipote avvenente
Stinchi, lo zio alcolista
Gli amanti
Augusto, il giornalista aspirante scrittore
Cecco, il falegname socialista
Alfredo, lo "straniero" affascinante
Il paese
Zaira, la pettegola scaltra
Ada, la bottegaia delusa
Primo, il barbiere effeminato
Avvocato, il vecchio filosofo
Gli stornellatori
LaBemolle, il chiacchierone
DoDiPetto, il romantico
SiMinore, l'irriverente
SolDiesis, il timido chitarrista

La trama

Chiara fresca dolce acqua, immagine di petrarchesca memoria, è percorso fluido e sinuoso come fiume nel quale si muovono i personaggi della vicenda e nel contempo essenza, anima, sostanza prima che sgorga come acqua di sorgente e restituisce la storia al pubblico in un getto di estrema autenticità, impurità comprese. La vicenda ha luogo in Toscana in un periodo che potremmo collocare a metà del ‘900. Un casa di una famiglia piccolo-borghese. Si intrecciano storie d’amore, odii familiari, incomprensioni coniugali e malesseri tipici di una classe mediamente agiata che si trascina stancamente cercando continuamente nelle passioni un senso da dare a una sciatta e monotona esistenza. Ida, la maggiore delle due figlie di Ulisse e Rosa, fugge con Alfredo, sedicente proprietario terriero che la rapisce prima emotivamente e poi fisicamente per condurla nel buio della sua ricerca esistenziale. La fuga della figlia provoca sconcerto e scandalo nella famiglia. L’astio della zia Bianca, che a suo tempo era stata anche lei vittima di un rubacuori e per questo emarginata insieme alla figlia Gemma, sottolinea la precarietà dei rapporti nel contesto familiare. L’odio dell’invidiosa Zaira, vittima e poi a sua volta carnefice nella rete vischiosa dei pettegolezzi di paese, accentua la disperazione e l’indignazione dei due genitori. Nel frattempo, Anita, l’altra figlia, intrattiene una relazione con un falegname socialista. La cosa non fa che gettare altro fuoco sulla già accesa battaglia di sentimenti, soprattutto quando Anita, rimasta incinta di Cecco è costretta a sposarlo. Un giornalista della stampa locale, riuscirà ad entrare nella casa, corteggiando l’ingenua e bella Gemma, cercando materiale per i suoi articoli e soprattutto per la trama di un’operetta che lui sogna di scrivere. Lo zio Stinchi, alcolista, incarna l’ideale di una coscienza pura che va oltre la dinamica dei bassi sentimenti e si stacca dal resto giustificando e aiutando i fuggiaschi nel loro sogno d’amore. Cosa che peraltro fa anche la figura dell’avvocato in maniera più filosofica. Altri personaggi minori arricchiscono la storia: Ada, la cameriera di un bar del paese, sedotta e poi abbandonata da Cecco che si prende la sua rivincita rovinandogli la festa delle nozze, il gruppo di musicisti che aiutano comicamente Cecco nella sua serenata ad Anita…La vicenda si conclude con il doppio matrimonio tra Anita e Cecco e tra Augusto e Gemma. Ne segue la riappacificazione di Rosa con Ulisse e con le disgrazie che le sono cadute addosso. Elementi tragici che ribaltano il lieto fine sono il suicidio dello zio Stinchi e l’abbandono di Ida da parte di Alfredo che, come lui stesso dice in una battuta, è ancora in cerca di qualcuno o qualcosa…e alla fine di se stesso.


Il messaggio

Lo spettacolo è vagamente ispirato a "L'Acqua cheta", metafora di stasi piena di promesse, mai fidarsi dell’acqua cheta! Ce lo dimostra questa movimentata vicenda ambientata in un luogo quasi atemporale, aspaziale proprio perché denso di simbologie legate, appunto, alle immagini suggerite dall’uso comune che la parola acqua riesce a evocare.
E infatti compare nel testo accompagnata da altrettanti intrecci semiotici, variamente contaminata con il fango, il sudore, la pioggia, la saliva rimanda a rappresentazione di pregiudizio, tragedia incombente ed elemento primigenio di purificazione, sensualità estrema e complice segreta di due innamorati.
Un’acqua contenuta di volta in volta in nuvole gravide che incombono, onde a loro volta, nuvole di pensieri oscuri, che anelano ad esplodere in una goccia di pioggia…una lacrima.
Acqua contenuta nel letto di un fiume, sfondo di una surreale scena su cui si muovono personaggi che hanno come nomi gli accordi più difficili, tra di loro illustre assente il la minore, sono figure al limite del grottesco.
Acqua contenuta nel corpo dell’uomo, il sudore che inonda il collo di un amante; ma anche bava di un bue. Acqua di un mare che si increspa in un crescendo ritmico serrato: è una maledizione, questo mare “insidioso, torbido che cela relitti e pescecani”.
Acqua che compare sul palcoscenico, pretesa da un padre ottuso, con un gesto che conferma l’ancestrale ordine di natura: sono un uomo e comando io! Ricompare l’acqua dal cielo a lavare via un po’ di veleni. In una brocca, poi rovesciata, offende l’onore della novella sposa.
Anche l’impianto narrativo si giova della metafora dell’acqua come simbolo.
E’ il simbolo dell’emotività e delle passioni, che si acquietano, crescono come le maree, si infrangono violentemente contro i fiordi, inondano dolcemente. L’avvocato convenuto a rappresentare la razionalità chiosa stupendamente dando la definizione di amore.
L’acqua è come il desiderio, sottende, che travolge la tensione alla rettitudine e impetuosamente si slancia verso il piacere.
Ricomposta con gli altri elementi la troveremo nell’orgasmo di una donna posseduta da uno sconosciuto.

E nel finale, superata la tensione tra es e superio, l’acqua evocata scompare. Resta quella in scena che bagna la sposa in barba al suo candido abito di tulle.
L’acqua che accompagna le relazioni. Quella di Stinchi con Ida è un’acqua in bocca: segno cameratesco che accomuna i due personaggi che vivono integralmente nel mondo dell’emotività. Un uomo sopraffatto dalle emozioni da non riuscire a contenerle se non istupidite dall’alcol e una giovanissima donna innamorata.
Augusto e Gemma si riforniscono di acqua fresca e pura come i rossori del corteggiamento.
Ulisse ordina alla figlia di prenderle dell’acqua. Acqua-contesto, dunque.
Insolito, quanto paradossale il finale, che conclude splendidamente l’ironia dei dialoghi, delle stereotipie di alcuni personaggi, delle schermaglie amorose dei nostri Giulietta e Romeo.
Un testo divertente, intenso, concentrato che fa pensare all’amore e alle sue multiformi declinazioni, e che permette di farsi apprezzare da più di un destinatario.

Lo spettacolo

L’intreccio delle vicende si poggia su 3 linee fondamentali di rappresentazione.
La
concretezza di linguaggio e situazioni che non mancano di elevarsi a simbolo col quale la storia concede l’identificazione allo spettatore o quanto meno una profondità di lettura.
L’
affabulazione della narrazione così piena di immagini con la quale i personaggi riescono a spostare continuamente l’azione avanti e indietro nel tempo e nello spazio.
La
sospensione di alcuni tratti che permette la totale concentrazione sulle linee di essenzialità.
Una saga familiare che dispiega un andamento mosso.
Vette di comicità, quasi eccessi di stile. Abissi di introspezione, l’uomo nel suo tragico essere se stesso.
Scenografia scarna. Alle luci e alle tracce sonore il compito di disegnare i diversi ambienti, le ore e le diverse temperature delle scene.




foto di scena
Gianfranco Martinelli









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